Molte rivoluzioni, in passato, si sono trasformate in dogma e hanno “sottomesso i propri figli”. Se la rivoluzione della digitalizzazione e dell’intelligenza artificiale diventasse un dogma allora sarebbe la fine della democrazia. Il dogmatismo considera le proprie idee vere e non ammette critica, dubbio o confronto. Se l’ideologia della comunicazione diventa dogmatica, allora soffoca la libertà di pensiero, esclude la partecipazione e la critica.
In passato l’avversario delle riforme si riconosceva dalle sue idee, dalla sua posizione politica. È stato possibile, grazie alla sua presenza fisica, vincere le battaglie politiche, per citarne una, per i diritti umani universali.
I pionieri della trasformazione tecnologica credevano e promettevano di promuovere il benessere per tutti, di combattere la fame e creare una società con la partecipazione di tutti. Oggigiorno, alcuni dei suoi rappresentanti, sono molto scettici e critici di come si evolve questa tecnologia.
Douglas Rushkoff, uno dei scienziati di prima ora, ammette con grande rammarico, che la tecnologia è finita in mano ai miliardari, dei quali non ci si può fidare nemmeno su marte.
E Yuval Noah Harari, storico e filosofo ebreo dell’opposizione, temeva che il nuovo mezzo usato dai potenti potesse far vincere le elezioni a D. Trump. Ciò che è accaduto.
E in Svizzera, in un’intervista radiofonica, l’economo Thomas Binswanger dell’università di San Gallo, ha dichiarato antidemocratico l’obbligo del telefonino per potersi spostare e vivere nello spazio pubblico.
La rivoluzione d’informazione nelle mani dei potenti causerà la fine della democrazia, anche della democrazia diretta, dell’arte, della cultura e della natura.
Reto Müller
Spino
Bregaglia